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Ottavo ciclo

Anno liturgico A (2022-2023)

Tempo Ordinario

XIV Domenica

(9 luglio 2023)

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Zc 9,9-10;  Sal 144 (145);  Rm 8, 9.11-13;  Mt 11,25-30

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Nel suo racconto evangelico Matteo incastona questa perla straordinaria. Presenta Gesù come il Profeta escatologico, il Maestro, il Figlio, che conosce e fa conoscere la misericordia del Padre. Dopo aver rimproverato la sua generazione per l’incredulità nei confronti di Giovanni Battista e le città di Galilea, che erano state testimoni di molti suoi miracoli senza convertirsi, Gesù svela che comunque l’opera di Dio si sta realizzando, si confida pubblicamente e prorompe in un grido di esultanza: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. Matteo non specifica la circostanza, ma il passo parallelo di Lc 10,17-22 lo dice chiaramente. Tornano dalla missione di predicazione i 72 discepoli che Gesù aveva inviato davanti a sé, tutti contenti per il successo registrato. L’esultanza di Gesù si riferisce all’accondiscendenza di benevolenza del Padre per gli uomini, che possono godere del suo amore senza averne alcun titolo.

La prima lettura del profeta Zaccaria, che tratteggia così il re di Israele che entra in Gerusalemme: “giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”, dà rilievo alla affermazione di Gesù: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. I due testi fanno convergere l’attenzione sul racconto della passione di Gesù, allorquando quella mitezza e umiltà costituiranno il sigillo definitivo dell’assoluta volontà di benevolenza di Dio per noi uomini. La mitezza è riferita alla disposizione di mai lasciare la benevolenza e l’umiltà al fatto di mai preferire la propria gloria all’amore.

La condivisione da parte di Gesù del compiacimento di Dio non allude semplicemente al fatto che a Dio piace rivelarsi ai piccoli, ma alla condizione essenziale perché Dio possa rivelarsi, come a dire: appena ci si fa piccoli, nella misura in cui ci si fa piccoli, Dio si rivela a noi. Qui si cela il segreto dell’obbedienza al Padre di Gesù, dell’obbedienza del discepolo al suo Maestro, dell’obbedienza della fede. L’esultanza di Gesù come del credente deriva da qui.

C’è un’insistenza speciale nelle parole di Gesù. Dice che tutto gli è stato dato, a tutti si rivolge. Quel ‘tutto’ è riferito al Regno di Dio e ai suoi segreti. Di quei segreti è l’unico depositario sia nel senso che solo lui li conosce intimamente sia nel senso che solo lui ce ne può rendere partecipi. Nessuno può conoscere la bontà di Dio se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Cosa significa? Dal momento che ai piccoli vengono rivelati i misteri del Regno, quel ‘colui’ non può che alludere a chi è piccolo. La sfumatura di senso risulta essere questa: non si tratta semplicemente di accogliere la parola che dice Gesù (in altri termini, non è la spiegazione che Gesù dà a colpire) ma di godere della presenza che la sua parola benevola suscita. È la presenza in intimità a svelare i misteri del Regno. Così, ‘piccolo’ è colui che gode del suo esserci, del suo stare con noi, in intimità, senza perdersi in nessun altro pensiero o pretesa, proprio come i bambini che dipendono in tutto dal bene voluto loro. In questo senso risuona potente l’affermazione di Giovanni: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

Per questo può parlare di ‘giogo dolce e di peso leggero’. Non si tratta più tanto di portare il giogo della Legge, ma il suo giogo, vale a dire portare la fatica nella forza della sua presenza. Non per nulla, il brano parallelo di Luca finisce con la dichiarazione: “E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10, 23-24). È da dentro quella beatitudine che si percepisce la presenza del Regno che viene, perché è rivelazione della misericordia benevolente di Dio. Come domandiamo nella preghiera del Padre nostro: venga il tuo regno! Venga il tuo regno in noi, si manifesti in noi, diventi godibile da noi, conquisti i cuori di tutti, perché tutti si ritrovino nella medesima lode dell’amore di Dio.

E come il salmo responsoriale celebra la cosa? Dicendo: “appaga il desiderio di quelli che lo temono”, che l’antica versione greca e latina rende con “farà la volontà di quelli che lo temono”. Non è più l’abituale richiesta di compiere noi la volontà di Dio, ma la singolare constatazione che Dio fa la volontà di coloro che a lui si affidano.  Qui si esprime tutto l’amore di Dio, qui si mostra la verità del suo Nome, come il salmo riprende dalla rivelazione sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” [in latino: patiens et multum misericors]. Non sono qualità di Dio, insieme ad altre; no, è la verità di Dio, è Dio in se stesso. E Gesù è venuto a far conoscere proprio il volto di Dio, quel volto, il vero volto di Dio. Se si pensa che il salmo 145 è composto di 150 parole, non si può non vederlo come il salmo conclusivo di tutto il salterio (a parte la dossologia finale dei salmi 146-150) e così non si può non constatare che tutta la preghiera dell’uomo tende a far entrare l’uomo nella benedizione del regno: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34). Quel regno che Gesù dice essere il ‘ristoro per la vostra vita’.

Un’ultima annotazione. Se non esiste via d’uscita alla fatica del vivere, è però possibile aprirsi alla grazia che la feconda. In effetti, se consideriamo il racconto della creazione nel libro della Genesi, scopriamo che Dio: “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto” (Gn 2,2). L’espressione ‘cessare da ogni lavoro’ corrisponde a ‘riposare’. Ora, ‘riposare’, ‘riposo’, non sono concetti negativi, ma intrinsecamente positivi. Ciò che rende completa la creazione è quel ‘riposo’, sinonimo di pace, armonia, felicità, pienezza, vita eterna. Il termine greco usato nella Bibbia dei LXX per rendere ‘riposo’ è lo stesso che viene usato per le parole di Gesù: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Il ‘ristoro’ che dà Gesù è quel ‘riposo’ che caratterizza la completezza della creazione. Ciò significa che Gesù costituisce davvero il compimento della nostra umanità; che in lui la nostra umanità si compie, si realizza e si ‘riposa’ (cfr. Mt 5,5). Non solo, ma che le caratteristiche del cuore di Gesù, mitezza e umiltà, costituiscono le coordinate di ogni possesso in pienezza, la cifra dello splendore dell’amore che ‘soddisfa’ il cuore dell’uomo. La dolcezza e leggerezza della legge evangelica derivano da qui, sebbene all’inizio e ad uno sguardo superficiale la legge evangelica appaia esigente e pesante, come del resto altri passi del vangelo dichiarano senza reticenze.

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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):

[I testi delle letture sono tratti dal sito della Chiesa Cattolica italiana: chiesacattolica.it]

Prima Lettura  Zc 9,9-10

Dal libro del profeta Zaccarìa

Così dice il Signore:

«Esulta grandemente, figlia di Sion,

giubila, figlia di Gerusalemme!

Ecco, a te viene il tuo re.

Egli è giusto e vittorioso,

umile, cavalca un asino,

un puledro figlio d’asina.

Farà sparire il carro da guerra da Èfraim

e il cavallo da Gerusalemme,

l’arco di guerra sarà spezzato,

annuncerà la pace alle nazioni,

il suo dominio sarà da mare a mare

e dal Fiume fino ai confini della terra».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 144 (145)

R. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti

e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.

Ti voglio benedire ogni giorno,

lodare il tuo nome in eterno e per sempre. R.

Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.

Buono è il Signore verso tutti,

la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere

e ti benedicano i tuoi fedeli.

Dicano la gloria del tuo regno

e parlino della tua potenza. R.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole

e buono in tutte le sue opere.

Il Signore sostiene quelli che vacillano

e rialza chiunque è caduto. R.

Seconda Lettura  Rm 8,9.11-13

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.

Vangelo  Mt 11,25-30

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».