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Settimo ciclo

Anno liturgico A (2019-2020)

Tempo Ordinario

XV Domenica

(12 luglio 2020)

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Is 55,10-11;  Sal 64;  Rm 8,18-23;  Mt 13,1-23

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Per tre domeniche consecutive verranno proclamate le parabole del regno dal capitolo 13 del vangelo di Matteo. La prima parabola, quella del seminatore, non è semplicemente la prima di una serie, ma quella che fa da perno, quella secondo la quale è da intendere tutta l’attività di predicazione di Gesù. La comprensione di questa parabola deriva, più che dal racconto stesso, dal contesto in cui viene proclamata.

Le parabole del regno sono l’illustrazione di quello che Gesù ha inteso dire ai suoi familiari rifiutandosi di accondiscendere alle loro aspettative: “Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre»” (Mt 12,48-50).  Gesù pensa a legami oltre quelli di sangue; a legami che parlino del mistero dell’amore di Dio che si è appressato all’uomo nella sua persona, stando uniti alla quale si viene resi partecipi della stessa intimità tra il Figlio e il Padre, si arriva a godere della piena familiarità con Dio, tutti riuniti all’unica mensa del suo amore. È il mistero di questa nuova, singolare, intimità che Gesù racconta con le sue parabole.

Non solo. Ma nel dare ragione del perché solo ora viene svelato il mistero, Gesù annuncia: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (Mt 13,16-17). Tutto si fa comprensibile se si partecipa a questa beatitudine e si può partecipare a questa beatitudine se ci si colloca nella storia degli uomini che da sempre hanno ricercato verità e sapienza. Se il cuore non accoglie le parole di Gesù come risposta agli aneliti più profondi e pressanti che gli uomini migliori da sempre hanno coltivato, non può coglierne la densità, la potenza, la grazia. Tanto più che Gesù, parlando a gente che conosceva le Scritture, ma che restava dura di cuore, cita la famosa profezia di Isaia: “Ascoltate pure, ma non comprenderete, osservate pure, ma non conoscerete”. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito (Is 6,9-10).

Ho osservato che questa stessa citazione di Isaia ricorre due altre volte nel Nuovo Testamento: in Gv 12,40, alla fine del ministero pubblico di Gesù quando, a parte alcuni che credono, la sua predicazione è rifiutata e subito dopo inizia il racconto della passione; e in At 28,26-27, alla fine della vita di Paolo quando il testo annota che la sua predicazione è contrastata. Quelle parole, che il profeta Isaia sente dopo la sua visione della maestà di Dio e che sancisce la sua vocazione di profeta, sono il suggello della durezza di cuore dell’uomo che avrà bisogno della tragedia della storia per ritornare al suo Dio. Non sono però parole di condanna, ma di esortazione sia al profeta, che è invitato a credere nella potenza salvatrice di Dio sia al popolo che non viene rifiutato perché recalcitra.

In questo senso, la prima lettura di oggi, se considerata nell’insieme dei cap. 54 e 55 di Isaia, che concludono il cosiddetto Libro della consolazione, rivela chiaramente quali sono i sentimenti di Dio davanti alla durezza di cuore del suo popolo, sentimenti che noi possiamo attribuire al seminatore della parabola di Gesù: “In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore…. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia… Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 54,8.10; 55,8-9).

L’esempio che segue, quello della pioggia, che non cade sul terreno senza farla germogliare, è l’illustrazione della potenza della parola del Signore che si esprimerà con la promessa, mantenuta: “Voi dunque partirete con gioia, sarete ricondotti in pace” (Is 55,12). La generosità del seminatore, l’abbondanza del suo seminare, il suo non temere di sprecare il seme, alludono alla fedeltà di Dio alle sue promesse comunque. La parabola è narrata sottolineando la stessa azione di Gesù che esce e del seminatore che esce: “Quel giorno Gesù uscì di casa … Ecco, il seminatore uscì a seminare”.  Gesù, Verbo del Padre, lascia il Padre e viene tra gli uomini, non solo seminando la Sua parola nei cuori, ma seminando Sé, Sua Parola Vivente, nei cuori. Quello che Giovanni riassume in due espressioni paradigmatiche del segreto di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito …” (Gv 3,16) e “Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 12,51-52). Il seminatore esce per svelare il volto del Padre che è misericordia per noi e per riunirci alla mensa del suo amore. Così c’è identità tra il seminatore e il seme, perché Colui che semina e la cosa che viene seminata è la stessa realtà, Gesù stesso. Ognuno è chiamato a far nascere e far crescere Gesù dentro il proprio cuore. E questo è il significato profondo della parabola. L’eredità del Regno è proprio Lui, quel Figlio dell’uomo che riunisce la famiglia degli uomini nella gioia del Padre che vuole la comunione con i suoi figli.

Non si può non tener conto che la rivelazione dell’amore del Padre avviene nello scandalo della passione di Gesù. Tutto ciò che si riferisce al Regno (il che significa: tutto ciò che ha attinenza con il compimento dei desideri profondi del cuore nella vita) passa per l’accettazione della debolezza di Dio che è più forte della forza degli uomini. Forse non riusciamo più a cogliere il mistero di Bene che il Signore ci squaderna. Riprendendo quello che dicevo sopra, siamo ancora capaci di sentire la verità di quel “beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”, eco della preghiera di lode di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25) e della comunanza di vita che Gesù ci offre: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50)? Con le parabole del Regno Gesù ci invita appunto alla sua comunanza di vita con il Padre, che è amore per noi, come ci fa pregare la colletta per tutta l’umanità: “Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola …perché riveli al mondo la beata speranza del tuo regno”.

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I TESTI DELLE LETTURE (dal “Messale Romano”):

[I testi delle letture sono protetti dal © Libreria Editrice Vaticana e ne è vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo]

Prima Lettura  Is 55, 10-11

Dal libro del profeta Isaia.

Così dice il Signore:

«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo

e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme a chi semina

e il pane a chi mangia,

così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:

non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 64

Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti,

la ricolmi di ricchezze.

Il fiume di Dio è gonfio di acque;

tu prepari il frumento per gli uomini.

Così prepari la terra:

ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,

la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,

i tuoi solchi stillano abbondanza.

Stillano i pascoli del deserto

e le colline si cingono di esultanza.

I prati si coprono di greggi,

le valli si ammantano di messi:

gridano e cantano di gioia!

Seconda Lettura  Rm 8, 18-23

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Vangelo  Mt 13, 1-23

Dal vangelo secondo Matteo

[ Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».  ]

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:

“Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».